I pifferi di montagna andarono per suonare e furono suonati. Questo proverbio, scaturito dalla saggezza popolare, sintetizza figurativamente l’avventura – peraltro tuttora in corso, nonostante i disperati tentativi di sganciamento – in cui si sono cacciati gli Stati Uniti d’America con l’aggressione all’Iran.
Istigato da Bibi il Sanguinario e guidato da improvvisazione, calcoli sbagliati e una tracotanza abbinata ad ignoranza politica, Donald Trump ha ordinato l’attacco convinto di piegare Teheran in pochi giorni. Il progetto: bombardare, decapitare e rovesciare il regime, piazzare un governo amico e succhiare tanto, tanto petrolio. Una replica del copione venezuelano, con le stesse mire dietro le quinte.
Ma l’Iran non ha recitato la parte ad esso assegnata. Ha incassato, ha risposto colpendo le basi USA nel Vicino Oriente, ha mostrato un sistema politico assai più solido di quanto creduto dagli ottusi “occidentali” e, soprattutto, ha allungato i tempi fino a farli giocare a proprio favore. Quella che doveva essere una “guerra lampo” è diventata un pantano assai costoso: 132 miliardi di dollari in 108 giorni, più i danni provocati all’economia mondiale con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Risultato? Obiettivi falliti, costi insostenibili, e, alla fine, la necessità di trattare da una posizione di debolezza ad onta delle fanfaronate che non impressionano più nessuno: Teheran esce dal gioco assai meglio di come, suo malgrado, ci era entrata.
La stampa popolare non ha usato giri di parole. Il New York Times ha bollato l’operazione come un “terribile errore”, condotto “sconsideratamente” e “in violazione della legge”, con un conto salato per gli Stati Uniti — militare, diplomatico ed economico — che peserà per anni.
Fallimento totale, dunque? Non proprio. Qualche “miracolo”, in versione Padre Eterno, Trump l’ha fatto: magari non ha guarito gli ammalati e non ha resuscitato i morti, come potrebbe far pensare la ridicola vignetta da lui stesso messa in circolazione:

però ha unito contro di sé mondi che prima neppure si parlavano, ha riabilitato agli occhi di molti la resilienza iraniana e ha mostrato, con spietata chiarezza, il limite dell’idea che bastino dollari, “democrazia” in scatola, coca‑cola e chewing gum per rifare un paese a propria immagine e a propria utilità.
In più ha sfogato la sua frustrazione sugli zelanti camerieri europei, che in futuro potrebbero essere meno zelanti.
Il suo problema non è solo l’azzardo. È la miscela di presunzione, arroganza e ignoranza, che, se in un privato cittadino è un grave difetto, in un capo di Stato è una catastrofe. E quando la geopolitica incontra l’ego ipertrofico, i pifferi partono per suonare, ma, alla fine, sono loro ad essere suonati.
Giuliano Scarpellini